Io come Venere

Stai ancora guardando il mio taglio di capelli, vero?

Davanti a questa immagine, non puoi non fermarti a contemplare. Ti accoglie quasi di sorpresa in fondo alla seconda stanza. Il corpo nudo steso su un divano, il busto sollevato appoggiato su un morbido cuscino, il braccio destro che sostiene la testa lievemente piegata e due labbra rosso fuoco che spiccano sull’incarnato roseo. Un drappo rosso la copre fino all’inguine esaltando la rotondità dei seni e lasciando scoperta, impercettibilmente, la linea delle gambe. La sinuosità delle forme si mescola alla vivacità del rosso dominante in un’esplosione di bellezza e sensualità.

Impossibile non andare con la memoria alla celebre scultura di Antonio Canova, in cui Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, è nella posa dei ritratti classici romani e, richiamando la Venere vincitrice, incarna il concetto neoclassico di grazia e bellezza. Stessa posa, stessa cornice, stessa sottile “civetteria” femminile. Volutamente cercate con impalpabile e sapiente ironia. Manca nella foto esposta solo la mela che Paolina tiene nella mano sinistra e che richiama la vicenda mitica di Venere che, in una disputa di bellezza con Era e Atena, fu giudicata la migliore delle tre da Paride, vincendo un pomo d’oro con la scritta “alla più bella”. Una ulteriore evocazione di bellezza che qui sarebbe stata superflua.

Nello scatto, invece, protagonista inconsapevole e quasi impercettibile è una cicatrice sul seno che, esibita con totale disinvoltura, dona alla donna la consapevolezza di una femminilità riconquistata e matura che trasuda da ogni piega dell’immagine. Ciò che si percepisce, in modo quasi plastico, è la fierezza e l’orgoglio dell’essere donna. Nonostante i graffi della malattia. Una fierezza che spunta da quel mento rivolto all’insù. Da quel rossetto audace.

«La foto – spiega Noemi Meneguzzo, soggetto dell’immagine e curatrice della mostra – è uno dei miei due autoscatti. Mi era appena stato chiesto di non mostrarmi calva in una determinata circostanza e ho considerato quella richiesta umiliante. In quel momento nascondere la mia testa per me non significava celare la malattia, ma negare il mio essere donna. E’ stato allora che ho voluto vestire ironicamente i panni di una delle donne più belle della storia, dimostrando che la femminilità va oltre ogni cicatrice e cranio calvo. E mi sono scattata questa foto  che è la mia Venere vincitrice. Sul cancro. Sui pregiudizi».

E’ il manifesto di una femminilità riscoperta e gridata. Con consapevolezza e ironia.

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